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Il sole come un gatto è la prima mostra istituzionale a Napoli di Diego Perrone (Asti, 1970). Per l’occasione, l’artista ha concepito un progetto site-specific di nuove produzioni per i saloni al primo piano di Palazzo Caracciolo d’Avellino. La mostra spazia attraverso diversi linguaggi e medium, muovendosi liberamente all’interno di alcuni dei motivi e repertori formali della pratica ormai ultraventennale di Perrone. Dall’immagine in movimento all’installazione ambientale e sonora, dalla fotografia alla scultura, le opere in mostra consegnano un paesaggio ideale e sinestetico che sembra eseguire il ritratto di un attimo transitorio.
Un gatto cadendo dall’alto in un cortile aggiusta il suo corpo in caduta. Le zampe rannicchiate pronte per attutire il tonfo finale. La coreografia curiosa e necessaria del suo corpo è decompressa in un video in slow motion che dà il titolo alla mostra. Il video, visibile in scorcio da tutte le sale del piano, allude a una costruzione quasi artigianale del tempo mentre la scomposizione dei movimenti è una meccanica modulare di costruzione dell’azione – sogno post-futurista. Il soggetto, un gatto, concentra in sé una stratificazione simbolica che attraversa epoche e culture: dalla sacralità dell’antico Egitto alla proliferazione contemporanea dei reels sui social. Qui è animot, creatura aliena e felina, mondana e cosmica, che nella sua nudità sembra diventare riflesso e specchiamento di qualcosa d’altro. Verrebbe voglia di festeggiare una spietata insubordinazione del reale dove si perde il confine tra poetico e impoetico. Come scrive Jacques Derrida, la mia gatta è l’animale che è il pensiero di me animale che mi ritorna. Questo gatto sembra essere il mondo che è il pensiero di me mondo che ritorna, grave ed esilarante come un gatto a rallenty che si getta dall’alto. Un affaccio sulla estraneità tra sé e il mondo che nell’incontro-scontro mortale genera una poetica, sorda e patetica, di commovente assurdità, schianto controllato.
L’immagine è quella di un gatto che precipita, ma potrebbe essere qualsiasi accidente, pensiero o azione che si consumano in un istante: quella di un raggio di luce che si posa su un calice disegnando ombre impreviste, delle bollicine che riempiono un bicchiere, come nell’installazione sonora Senza Titolo, 2026, uno sguardo rubato – gazza ladra –, della schiuma che disegna geometrie minerali su una superficie solida, come un orologio. Le opere di Diego Perrone assomigliano a Perelà, uomo di fumo, alimentato dalla narrazione incessante della realtà, che scende giù dal comignolo del camino e va nel mondo con la sua essenza leggera leggera leggera. Come in Pendio piovoso frusta la lingua, 2026 che “descrive un intenso temporale in montagna, la pioggia forte che arriva sulla faccia come una frustata e la paura di continuare il percorso verso la vetta. Il panico che si manifesta nello sfidare elementi naturali in un contesto privo di protezione. […] è il racconto di un attimo costituito da più cose che accadono simultaneamente fruibili come un unico corpo ma descritte una alla volta”.
Reiterazione di una scultura del 2010, questo corpo setoso si estende maestoso come un pavone offeso dalla cattività, mostruoso e animale, che disegna un paesaggio insondabile. Per ironia della sorte, Il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi è il romanzo eletto (e dimenticato) del movimento futurista: il panegirico della tecnica si dissolve in una figura invisibile paladina del suo manifesto. L’immagine che supera in velocità il pensiero, frusta la lingua, come nelle discese di Pendio piovoso.
Alla domanda «Che cos’è la poesia?» Derrida sceglie l’immagine dell’istrice, «animale gettato in strada, assoluto, solitario, chiuso a riccio su di sé». Un gesto compiuto – quello poetico – rinunciando alla cultura ma senza perderla «attraversando la strada» con una «dotta ignoranza». Il tentativo poetico attraversa la strada dei grandi discorsi, rischia di esserne schiacciato. «È quella entità preverbale che, pur reclamando la parola, al contempo vi resiste, in bilico tra raccoglimento e attraversamento, come l’istrice chiuso in sé, esposto all’autostrada, sospeso tra immobilità e movimento». Come le immagini animali antropomorfe della zoopoiesi di Perrone.
Il sole come un gatto è attraversamento sotto un sole non metafisico e assoluto, ma animale, muto e insondabile, che condensa enigmaticamente, con tenerezza e ferocia, spazio e tempo nella poesia di un giorno o di un momento.
