L’inimmaginabile che viene al mondo

Maria Papadimitriou

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È aprire all’a-venire. L’opera d’arte non fa nient’altro. Venendo al mondo essa rende presente un gioco di colori – o di suoni o di parole – che fino a qual momento era inimmaginabile. Ciò è per l’arte particolarmente vero dall’invenzione all’astrazione.¹

Qual è la concretezza di un atto creativo? Come raccordarsi alla storia, creare un evento futuro e al contempo tener fede a quell’eccedenza dell’arte che è costruzione di nuovo senso? Come superare il limite senza cadere nella ripetizione di un passato irripetibile o perdersi nella rivendicazione di un atto di rottura? Con un racconto nuovo e prim’ancora con la sua pensabilità.
Frustration of Utopia di Maria Papadimitriou muove in questa direzione ed il racconto che propone è l’immaginazione di un nuovo evento.

-Il racconto prende le mosse dall’Utopia e dalla sua frustrazione; due polarità opposte che brillano luminose da un neon rosso che campeggia nello studio dell’artista, ricreato negli spazi della Fondazione, per sottolineare l’urgenza di continuare a seguire il movimento dell’immaginazione. Lo studio è un laboratorio di forme e idee. Ora demiurga ora Vulcano, ora Ecate ora Atena, l’artista tenta di dare forma al caos e all’incertezza con la propria visione. E dunque pagine scritte, un video ipnotizzante su pratiche e sapere fabrili dove l’acqua scorre come il tempo, tentativi e abbozzi di forme, un magazzino di calchi di cui si sono perduti gli stampi, sculture lasciate a metà, disegni sparsi ovunque, immagini riprese e poi stracciate. Una febbre creativa che non trova requie presa tra l’apparente immobilismo, quando si lascia andare alla melanconia, e il desidero di nuove narrazioni. Alle pareti lunghi rotoli di carta riportano parole in greco antico, basi della cultura mediterranea e occidentale contemporanea. Una sorta di vocabolario riscritto a memoria a cui tornare per attingere, correggere, rettificare ma anche per ricordare da dove si parte. Cosmo, dubbio, verità pensiero, ritorno, vita, scopo, caso, impulso. Ogni parola un mondo da riscoprire al di là dei significati già noti, un esercizio di ricomposizione di libertà e astrazione, di vita e progetto. 

È da questo centro creativo che il passo prima indugia sul ciglio del passato e poi si proietta in un altrove. Un grande collage rielabora la Melanconia di Dürer quasi adagiata su uno scenario che evoca una classicità perduta ma anche la città e l’industria, la distruzione e il progresso. La Melanconia guarda rassegnata alla storia e ai suoi simboli ma, se si osserva meglio, c’è anche il fiore dell’utopia sospeso tra la favola e il pensiero C’è un che di alchemico che procede dalla confusione del caos in cui si nascondono i contrari, all’individuazione dei singoli elementi. Un’elaborazione del lutto ma anche la riaffermazione dell’autonomia del pensiero creativo che sperimenta con figure mentali, verbali, simboliche e visuali il passaggio dall’informe alla forma, dall’opaco al luminoso impegnando insieme sensi e ragione, corpo e mente. In questo lavoro di rielaborarazione Maria Papadimitriou sceglie non a caso di mantenere alcuni degli elementi chiave dell’incisione di Dürer. Il sole che sembra avere fretta di ricongiungersi al mare e disegna una scia che ricorda l’arcobaleno e l’insieme di tutti i colori; il cane accovacciato che richiama la circolarità; il pipistrello che fugge dalla luce che si leva dalle tenebre; la clessidra che segna il tempo ma che può sempre essere capovolta per un nuovo inizio; il poliedro che rappresenta la geometria descrittiva, la sfera come un tutto perfetto e soprattuto le ali di Melanconia che possono dispiegarsi per tornare a volare. Tutti elementi che insistono sul passaggio, sulla rigenerazione, su una condizione gestativa dell’artista che indicano una pre-aurora più che un tramonto. Una simbologia circolatoria dove dalla morte nasce il nuovo e dall’accettazione della perdita una ripartenza di trasformazione. 

Le sculture solide che sembrano uscire dal grande collage insistono ancora su questa dualità quale alimento dell’immaginazione. La grande sfera è un simbolo antico normalmente associata all’idea di unità e armonia, tuttavia tanta perfezione nasconde anche delle insidie, dall’immobilità metafisica all’auto sufficienza di un mondo che ha smarrito il senso della direzione. La presenza fuori dal ‘quadro’ denota come la sfera abbia trasbordato e dunque è sul movimento che bisogna insistere. La figura del poliedro tronco, pur evidenziando i limiti della ragione difronte a problemi che sembrano irrisolvibili, rimarca le possibilità del ragionamento e della geometria per la costruzione della prospettiva. Infine la terza forma, che l’artista inserisce autonomamente, a metà tra un grande vaso quando contiene olio e un’ urna cineraria quando continente le ceneri della società, nutrimento e morte. In questo oscillare tra opposti c’è tutta la fatica del pensiero nel capire la direzione da prendere ma anche la capacità dell’arte di non fermarsi alla rappresentazione di quello che già si conosce e di catturare quello che avanza e si credeva inimmaginabile.

-Visione, immaginazione e memoria. Dalla loro combinazione scaturiscono unidici collage stampati su tela e che conducono in landscape misteriosi, scenari che riattivano memorie di luoghi perduti ma anche spazi reinventati dove la natura è parte attiva del nuovo inizio. Luoghi sconosciuti da scoprire per tornare ad essere esploratrici-ori e inventrici-ori di nuove cartografie scevre da confini e domini. Luoghi che siano anche riposo per la mente e per gli occhi, capaci di riattivare pensiero e prospettiva, dove le suggestioni della mitologia antica si innestano sulla libertà di un pensiero rigenerato. Boschi, corsi d’acqua , serpenti, cavalli, uccelli, paesaggi specchiati, presenze umane, tutto si rimescola nell’immagine e nella finzione, nella storia e nella favola quasi che nel ricominciare sia insita la necessità di ripetizione alla ricerca di una qualche forma di coerenza tra incompatibili. Proprio come quando si leggono le storie dei miti le cui figure vivono molte vite e molte morti fino a risuonare di tutte le altre ed improvvisamente si scopre di aver varcato la soglia del mito stesso e di poter procedere con un altro alfabeto. Maria Papadimitriou sembra volere insistere su questa strada lasciando che questi landscape, inquietanti ma anche affascinanti perché senza tempo e fondatrici come le storie mitiche, si innestino non solo sulle storie del passato ma sul mutamento simbolico e sulle possibilità di trasformazione necessari in una fase di crisi e di transizione quale quella contemporanea. Niente paradisi perduti, letterari o artificiali ma la riappropriazione di uno spazio di sperimentazione creativa che attinge a piene mani alle suggestioni delle incisione di Gustave Doré per le atmosfere e i contrasti di luce, ai pittori romantici del sublime come Caspar David Friedrich o alle illustrazioni dei viaggiatori del Grand Tour del ‘700 e ‘800. La simmetria irreale, la natura monumentale, il bestiario di segno medievale sottolineano il significato di paesaggi impossibili ma volutamente al limite del sogno dove la stessa natura appare più come uno scenario mentale che come un paesaggio realistico. Apparizioni che accompagnano le volute del pensiero, i suoi movimenti, i ritorni indietro e le fughe in avanti. 

Un procedere solo apparentemente lontano dall’attitudine al noi che contraddistingue la ricerca di Papadimitriou da sempre attenta alla dimensione sociale dell’arte come dimostra, uno per tutti, il progetto a lungo termine T.A.M.A. (Temporary Autonomous Museum for All) piattaforma collettiva di attività e comunità che abbraccia l’estetica e le modalità di vita delle popolazioni Rom. Soffermando lo sguardo sulle presenze che animano i suoi paesaggi naturali, emerge, infatti, la medesima necessità di una nuova sintesi tra gli esseri umani in relazione tra loro e con gli altri esseri viventi, oltre l’ostilità, il dominio e la prevaricazione. A differenziarsi è Il linguaggio che in questo caso è più onirico, meno diretto ma analoga è l’aspirazione all’ equilibrio con il tutto e di conseguenza alla rigenerazione del legame sociale.

Questa ricerca di equilibrio insiste in molti dei lavori di Papadimitrou, tra i più recenti il progetto Non-existing paradise, 2021, con un paesaggio animato da sculture animali che rappresentano i regni della terra, dell’acqua e del cielo e dove viene meno il disegno gerarchico del mondo, e il progetto If I Were You, 2021 in forma di poesia che tralascia l’epica e abbraccia il se dell’ipotesi:

[…] I dreamed I was a white whale
If I were a white whale, I would bounce in the foam
of the sea, nostalgic for Capitan Ahab
[…]
[…] I dreamed I was a monkey
If I were a monkey I would Laugh at the evolution man…
[…] I dreamed I was a sparrow
If I were a sparrow I would love nothing […]³

Sebbene frustrata è evidente il ruolo che l’utopia vuole ancora giocare nella narrazione creativa di Maria Papadimitriou. Non come una forza statica alla ricerca di una terra dove regni la perfetta armonia ma come una tensione vigile sui limiti di una società chiusa. Da questo punto di vista gli stessi miti antichi non sono solo storie del passato ma archetipi delle vicende umane e del mondo dai quali l’artista prende le mosse per non considerare la storia conclusa bensì in continua metamorfosi.

-La metamorfosi, trasformazione delle forme, è l’altra parola chiave del progetto di Papadimitriou.

Iste ego sum, sensi, nec me mea fallit imago;
uror amore mei, flammasque hauriō ad idem.
Quid faciam? Rogiter? Rogitus in ipse negabo;
nec morior nec vivo […]⁴

Un’immagine senza corpo e che vive nel riflesso; il mito di Narciso incarna bene la metamorfosi di un sentimento che diventa autodistruttivo così come l’inganno dello sguardo quando non distingue tra illusione e realtà e disconosce l’altro.

[…] le Gorgoni che abitano al di là del famoso Oceano… Steno, Euriale e Medusa dal triste destino, di queste Medusa era mortale […]⁵

L’ingiustizia di una condanna; Medusa stigmatizza il cominciamento di tante storie che poggiano sul surpruso e la violenza, che si protraggono e diventano mito fino a che non si sia in grado di interrompere la catena delle interpretazioni e riscattare il significato della metamorfosi.⁶ 

Questi due miti, qui scelti come esempio e che abbracciano direzioni divergenti per significato e possibilità narrativa, aiutano a capire quanto sia profondo il lavoro di reinterpretazione e riscrittura dell’artista quando tratta materiali delicati come la storia e immagina, scardina e rifonda nuove simbologie. Maria Papadimitriou si muove in questa direzione senza precetti ma con libertà di coltivare un’aspirazione, una percezione emotiva che metta in connessione il pensiero e la dicibilità del futuro. E disegna, dandogli poi forma, dei nuovi ex voto.

La suggestione dei simboli di devozione e gratitudine religiosa presenti in tante chiese di Napoli costituisce la fonte prima di ispirazione. La carica emozionale, di scampato pericolo e di rinascita insita in questi oggetti fatti di argenti, perle, stoffe pregiate, legni intagliati, metalli sbalzati, foto, disegni e parole scritte riassumono la tensione altalenante tra la vita e la morte i cui significati spesso sono più sfumati della secca alternativa. Maria Papadimitriou insegue questi contorni sfumati, queste storie sussurrate e agganciandosi alla tradizione prova a disegnare altri oggetto simbolo dove il devozionale si trasforma in attenzione, l’ artigianalità in esecuzione a memoria, il rituale in immagine e il dialogo intimo con il divino in un canto corale al mondo. 

L’immaginario è ancora quello fantastico di entità intermedie: un cavallo che procede in un verso e guarda nel senso opposto, come a voler riconciliare la contraddizione e l’incertezza, un uccello che riassume in sé tutte le declinazioni dell’araba fenice che brucia e rinasce dalle sue ceneri ma anche gli auspici e la capacità di interpretarli, un arciere senza lancia che rinuncia al combattimento in favore dell’attimo che precede le scelte, un’ Erinni senza volto che abbandona la vendetta e affronta il tormento, un pesce con gambe umane, creatura ibrida che racconta il desiderio di uscire dai propri limiti, una pelle di animale come simbolo di una nuova unione con la natura, un eroe senza gloria e con le braccia alzate, supplice di protezione per l’umanità e il tutto, un corpo di animale su un plinto con una maschera, personificazione di forze primordiali ma anche di rituali di trasformazione. Ognuno degli ex voto insiste sull’ibridazione non solo corporea ma delle idee e dei riferimenti in una trasformazione continua che declina la simbologia del mutamento e la libertà del pensiero per riconnettere le parti del tutto, spogliarsi delle cose ormai perdute e muovere verso un nuovo ordine simbolico ed inizio. 

C’è qualcosa di profondamente radicale nel progetto di Maria Papadimitriou che, come sua prassi, tocca la sfera antropologica, sociale, politica, storica ed etica nel cercare un significato condiviso e offrire un racconto che sia sempre parte del tempo e in opposizione all’addomesticamento inteso come rassegnazione e disimpegno morale.

Forte è inoltre il richiamo alla matrice culturale e simbolica che connota la storia del mondo Mediterraneo e che a Napoli, crocevia di civiltà greca, romana etrusca e fenicia, trova risonanze e testimonianze importanti come per l’appunto negli ex voto che già nell’antichità greco romana erano parte della vita comune e dell’uso di offrire oggetti votivi, vere e proprie miniaturizzazione delle realtà, alle divinità.

Risonanze e richiami suggeriti dall’immagine, che idealmente apre e chiude il percorso espositivo, di una donna che tiene saldamente due corna di ariete sulla testa e, con una postura che ricorda le danze dionisiache, mette in scena identità e libertà, fluidità tra umano e divino, uomo e donna, umano e animale. La Metamorfosi, appunto, non come adattamento forzato ma come linguaggio che attraversa i limiti e che nella disobbedienza estetica offre lo spazio per un gesto politico di ridefinizione di un presente sempre uguale.

Testo di Claudia Gioia


¹ Jean Francois Lyotard, L’Inhumain. Causeries sur le temps, Galilée, Parigi, 1988
² Maurizio Calvesi, La Melanconia di Albrecht Durer, Einaudi, Torino, 1993
³ La versione completa della poesia è disponibile qui
Ovidio, Le metamorfosi, Einaudi, Torino, 2022
Esiodo, Teogonia, vv275-279, Rusconi libri, Milano, 2020
Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, Sonzogno, Venezia, 2022. Medusa dopo essere stata stuprata da Poseidone viene trasformata da Atena in un mostro con la capacità di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo. Perseo che la uccide e la decapita con l’inganno perpetra la violenza originaria e maschilista.