Luca Gioacchino Di Bernardo

Studio per Paesaggio e altri animali
a cura di Alessia Volpe

19122019 \\ 22022020

 

«Questa foglia (1) è ben aperta e dispiegata, al contrario di come è stata realizzata. Ho rappresentato solo quattro radici aeree (2) su sette. Queste due radici (3) si incrociano, ma non in questo modo. In quest’area (4) un notevole groviglio di radici è stato omesso; questa radice, invece, non è visibile dalla mia posizione (5).»

 

C’è una porzione di panconcelle incartate e decorate al terzo piano di Palazzo Caracciolo di Avellino. Se ne è ritrovata solo questa traccia durante i lavori di ristrutturazione e restauro che hanno interrotto l’attività di Fondazione Morra Greco fino allo scorso giugno 2019, è però molto probabile che coprissero l’intera lunghezza del soffitto in legno a travi. Tali decorazioni riproducono gli stessi soggetti in sequenza – volatili, elementi oreali, paesaggi idillici, archeologie, geometrie –, eppure, osservando attentamente, si notano delle differenze, degli errori, che dichiarano la presenza della mano umana e ne svelano l’imprecisione. Che si tratti di intenzione, di distrazione, o di menzogna, è impossibile saperlo.

Nell’arco di alcuni mesi, Luca Gioacchino Di Bernardo (Napoli, 1991) mette in posa un gran numero di piante presenti sul terrazzo della casa dove vive e lavora, inizia a ritrarle ossessivamente e compone un erbario di circa cinquanta disegni a matita su carta. Così come negli studi botanici medievali, convivono sulla stessa pagina un’illustrazione ed un testo; a differenza di quelli, tuttavia, illustrazione e testo esistono qui in contraddizione costante l’una con l’altro. L’artista descrive particolari inesistenti, opera omissioni, esercita attenzioni morbose ad irrilevanti minuzie, mente.

In questi compendi scientifici di bugie si mescolano diversi livelli di esperienza – il visto, l’immaginato, l’eluso – e l’unica infallibilità risiede nell’incertezza della rappresentazione, che diventa un pretesto, una modalità di sopravvivenza, la folle ricerca di un inesistente ordine. Le piante, qui paradigma di tutto quello che esiste per la conoscenza, e quindi del mondo intero, sono, oggetto in relazione al suo soggetto come inteso da Schopenhauer, percezione di colui che percepisce, rappresentazione. Il disegnatore è l’osservatore, il soggetto conoscitivo che ha radici nel mondo e si trova in esso come persona (Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819).

Nel disvelamento della fallacia di una rappresentazione universalmente oggettiva del vero risiede la disgrazia di tale soggetto. Dalla sua impotenza di fronte all’impossibilità di una narrazione reale e alla necessità di una ri-narrazione soggettiva, deriva una serie di disegni a fusaggine su carta, in cui il disegnatore-soggetto si ritrae come essere in un divenire interrotto, incompiuto e sfigurato da paranoie e desideri archetipici, che attraverso la stessa autorappresentazione tenta di esorcizzare.

Di Bernardo innesca dunque una ricerca che è in partenza fallimentare, intenzionalmente applicando un approccio empirico ad un processo scientifico, desumendone una serie di studi e rappresentazioni irrisolte, che nel disegno trovano corpo, ma mai rimedio.

 

Alessia Volpe

 

 

 

Tutte le immagini Courtesy Fondazione Morra Greco, Napoli
© Maurizio Esposito